Unistudent

Blog, torno a scriverti, piuttosto in fretta rispetto alla media delle frequenze degli ultimi anni: ciò mi rende contento. Chissà, forse saranno contenti anche i numerosi fans che mi aspettano quando esco di casa, quando torno a casa eccetera eccetera.
 
La stagione, di ritorno da un agosto dal caldo apparentemente disarmante, mi riporta pesantemente a terra. Un ultimo mese al limite dello stress psicologico e fisico mi ha ricondotto ad uno stato nuovamente malinconico, semidepressivo, una bellissima copia dell’anno scorso e di qualche anno fa. Alla fine i problemi sono gli stessi, un università che ha perso l’orientamento, che non si limita più a sfornare semifalliti dall’aria saccente, ma sembra quasi che più mi vede defilato e lontano, più sembra che occupi un angolino lontano della mia mente, in gran parte corrosa da una devastazione in gran parte confusionaria, più invece, come per spreggio, mi vuole sempre più attivo e protagonista. Si esattamente, l’università ha portato il sottoscritto me ad interagire con l’ambiente , anzi non solo: sono diventato quasi un professore.
Si, professore, non tanto per cultura, quella è decisamente scadente come tutti gli studenti che stanno per entrare nel mondo della disoccupazione, quanto per operatività e modo di fare. Pensate, da piccolo, alle elementari, alle scuole medie, mi chiedevano ogni giorno se avevo fatto gli esercizi, mi imponevano compiti in classe, a volte controllavano il mio operato, mi lasciavano tanti lavori da svolgere, mi rimproveravano per il ritardo: era un’operatività passiva. Oggi no: vivo in un mondo che pretende da me un’operatività attiva, è diventato esigente.
Nella stagione universitaria 2009/2010 non ho mai assistito ad una lezione iniziata in orario, rendendo lo studente medio più accomodante negli orari o sempre più incazzato a secondo dell’eterogeneità dello studente medio stesso. Il risultato finale è l’attesa, o busserellare nello studio del professore e comunicare la propria prontezza. Un giorno si arriverà a rimproverarli. Altra caratteristica: le date degli scritti spesso non sono scelte dai professori, ma rendono gli studenti attivi nella scelta. Questa libertà, dettata dalla strafottenza di chi la dà, fa cadere nella confusione tutti, che preferiscono rigorosamente giorni completamente diversi, facendo scorrere parecchi giorni prima di una scelta. A scelta delineata il professore, come in un gioco di prestigio, come se si volesse riprendere i suoi diritti dopo la libertà che ci ha concesso, si riserva però il 50 % di possibilità di calare il pacco, il 50 % delle volte di questo comunicandolo 24 ore prima. Poi ricomincia il gioco, da capo.
Gli esercizi: una volta me ne davano così tanti da fare a casa, mi incazzavo come una bestia. Ora no: me li promettono e non me li danno, ed io devo insistere, insistere, insistere oralmente, via e-mail, via tutto, più volte. Un mio nuovo compito all’università è combattere per farmi assegnare esercizi da svolgere a casa, anche perchè gli esercizi sono il lasciapassare per i moduli che alla fine permettono di fare gli esami del caso.
La pazienza: mi serve in ogni giorno passato all’università, dove dovrebbe preoccuparmi lo studio mi logora il rapporto umano medio, che è mediocre, e che tende ad estraniarmi sempre più. E’una vita universitaria ai limiti del mantenimento della pazienza, mentre l’unica preoccupazione dovrebbe essere lo studio, non vivere quotidianamente con la bocca filtrata.
Anche questo anno mi catapulta così nel mio sesto anno universitario, secondo magistrale, ufficialmente l’ultimo di un’esperienza a tratti sconcertante, dalla cultura acquisita largamente insufficiente, da un livello medio di professori e studentesco molto in ribasso, da tutti i punti di vista, culturale e umano. Spero (ma temo di no) sia l’ultimo anno nel quale metto il mio corpo (perchè la mia mente, soprattutto a lezione, girovaga in iperurani sorridenti o catastrofici nel quale nella migliore delle ipotesi faccio l’amore) in quella sottospecie di pozzo di cultura.
 
Per quanto riguarda il resto della mia vita, sono soddisfatto dell’aumento della qualità della stessa, che mi ha permesso tralaltro di conoscere venetico e rometta montagna, campi da tennis in luoghi improbabili, persone vere… Non nego però ancora di cogliere nella mia vita un drammatico quantum di inespressione, un qualcosa a cui non riesco a dare un’immagine, un nome, una forma. Del resto questa è stata la caratteristica intrinseca (ma neanche tanto: la gente sospetta apertamente che abbia problemi mentali, parte dei quali li sospetto anch’io), sin dalla nascita ho avuto un principio di insoddisfazione, di cui non trovo la radice. Ci sono comunque in ballo altri progetti, che mi aiuteranno a migliorare nel mio rapporto con tutto ciò che ruota attorno a me. Al solito, non tutti si realizzeranno, ma qualcuno si, e magari qualcun altro sarà rimandato. Ciao a tutti, vogliatemi bene.
 
 
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