Il pozzo

Da anni sono chiuso in un pozzo. Sopravvivo grazie alla poca luce che sembra bazzicare ogni tanto, giusto in quei minuti della giornata che mi permettano di avere un po’ di forze. Per il resto è sempre buio… Oramai la mia vista si è abituata all’oscurità e riconosce qualunque cosa là dentro: vermi, liquame, feci, cadaveri. Mi sono abituato anche al loro fetore, che non mi disdegna dal cibarmi di essi. Non so come sia finito qua dentro. Ogni tanto, quando mi sento particolarmente in forze, quando proprio non resisto all’odore nauseabondo della decomposizione e a all’acqua putrida e stagnante in cui sono immerso, tanto di scalare il pozzo e fuggire. Ricado sempre, a volte a metà scalata, altre ad un quarto di percorso. Raramente sono riuscito a mettere una mano fuori dal pozzo, ancor di più sono riuscito a dare un’occhiata fuori, per una manciata di secondi, prima di riprecipitare: intravedo persone, giardini, stelle… Vedo anche altri pozzi in lontananza: mi chiedo se siano vuoti o occupati da individui con il mio stesso destino. Sembra tutto così affascinante e tenebroso là fuori: sento la carezza di dio che mi sfiora, mentre satana cerca di infilarmi un pugnale nel palmo della mano. Le mie grida di aiuto giungono alle orecchie dei viandanti: una parte fa finta di non sentire e non si ferma neppure; altri, quelli che si fermano ma non sanno come salvarmi, se ne vanno via; altri ancora, volenterosi ma maldestri, tentano di aiutarmi, ma per errori e incapacità cascano anche loro dentro il pozzo: saranno loro i cadaveri di cui mi cibo per mantenermi in vita. Mi sento una larva, disperato come sono in questa oscurità che sembra eterna.

L’ultima persona che ha tentato di salvarmi, l’ennesima che poi è caduta, è rimasta moribonda per qualche minuto. Dapprima ho pensato che borbottasse parole senza senso, poi ho capito che mi malediceva.  Mi diceva che aveva capito la mia storia: ero entrato io nel pozzo, non si sa dove, quando e perché; che ne sarei potuto uscire quando avessi voluto, visto la scala alle mie spalle. Mi diceva che nel villaggio tutti sanno che esco la notte, dal pozzo, per lavorarlo, rendendolo più colorato e bizzarro, attraendo sempre più vittime che cadranno nei miei tranelli, aiutato da un’ incantevole dialettica e dal mio triste pianto, frutto di un terribile dolore o una recita da oscar. Si chiedeva con quale coraggio tirassi giù le vittime, e come riuscissi a cibarmi di loro. Ma soprattutto si chiedeva come riuscissi a vivere solo là dentro, fregandomene di tutto. Mi disse che in realtà il mio terrore è quello di uscire dal pozzo.

Rimasi molto colpito dalle parole di quel folle o bugiardo e non nego di aver provato un certo sollievo quando morì soffocato. Ciononostante fu l’unico, che ricordi, il cui fetore delle carni mi infastidì in maniera terribile. La mattina dopo così lo sotterrai nel campo accanto al pozzo.

Il testo ha partecipato al I concorso letterario “Con poche semplici parole”, tenutosi a Villafranca Tirrena.

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4 risposte a “Il pozzo

  1. ogni tanto guardo la luna, dal mio pozzo, e capisco di essere sempre più in fondo. Forse il fondo si abbassa col tempo e la luna sembra sempre più lontana. Ormai non cerco nemmeno di arrampicarmi più. Giaccio nell’acqua e mi lascio vivere così.

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