Lettera ad Andrea

Caro Andrea,

quando ti sarà recapitata questa lettera avrai già capito che sono sparito dalla circolazione. Se invece sono già tornato, raggiungimi e uccidimi. Ma è improbabile. Adesso, anziché pensare in quale aeroporto possa essere o in quale camera di motel stia maledicendo Dio continua a leggere, anziché interrompermi e interromperti.

Come forse hai già saputo la mia ultima giornata al lavoro è stata particolare. Non me ne intendo di lavoro quindi non sapevo se fosse stato meglio essere licenziato o dimettermi. Per questo nella confusione ho orinato nell’ufficio del direttore e ho detto a quell’altra che avrei pagato per una notte di sesso. Era per accettare ciò che la casualità mi avrebbe dato, senza avere i sensi di colpa. Nella vita bisogna sempre studiare, altrimenti inceppi in questi casi di ignoranza. Comunque alla fine ho dato le dimissioni. Sillabando la frase “Do le dimissioni” per ben dieci volte di fronte a quel menomato pelato. Cristo, Andrea, è bastata metà bottiglia di vino di prima mattina per arrivare in quel modo.

Andrea, tornato a casa  mi sono disteso sul letto a pensare. Erano venti giorni che le mie due valigie erano sotto il letto. Non so come mia madre non se ne sia accorta. O forse ha preferito non chiedermi nulla.

Mi ricordo quando eravamo in cinque: io, tu, giacomo, l’altro andrea e giovanni, detto giuda. Secondo me quando Dio ha scoperto che ci frequentavamo tutti e cinque assieme si è messo le mani nei capelli. Quella macchina dove giravamo ha incastonato le nostre grida e le nostre frustrazioni. Momenti intramontabili. E funzionava andrea, funzionava. Era come dicevi tu. Ma non potevo dirtelo, non ce la facevo più a stare in quella macchina da solo. Per questo l’ho venduta a quello del borgo.

Andrea, non eravamo normali noi. Lo recepivo alla fine di ogni serata, e giuravo che non ce ne sarebbero mai state più di altre. Fino alla mattina dopo, quando ci sentivamo tutti quanti per il caffè, per programmare la nuova serata. Il bello è che io oggi sono seminormale, e mi schifio di vivere. Sono tutto incravattato al lavoro, cordiale al telefono e non rispondo più nemmeno ai miei.

Mi ricordo quella sera al biliardo in cui giacomo spaccò la sedia nella schiena a quello là, che il tavolo numero due era il nostro abituale, e non il suo, solo perché ci era arrivato prima. Menomale che quella sedia era di plastica. Non so come siamo tornati a casa con le fedine penali pulite. Per mesi mi ricordai ancora quella scena: io che sgridavo giacomo, in macchina, che dormiva, tu che ridevi, e quell’altro, in cravatta, che chiamava il gestore del locale per stemperare gli animi.

O le birre offerte alle donne, per cuccare. Mamma mia. E una volta ci siamo riusciti pure, non so se ti ricordi. Solo che quella sera le donne erano due, noi eravamo tre. E rimaneva spaiato quell’altro, abbiamo fatto gli omosessuali per non lasciarlo solo. Abbiamo dovuto dire che non ci piacevano e farlo ubriacare, che lui si sentiva in colpa quando le mandammo a fare in culo.

Non lo so quando è iniziata, andrea. Forse quando giuda si è fatto zito con quella troia. Già là abbiamo avuto qualche campanello d’allarme. Non ve l’ho detto mai, l’ho chiamato diverse volte, chiedendo solo il perché. Lui mi rispondeva che adesso era un’altra vita, che qualche volta ci si sentiva. Mentre lo diceva, sembrava piangere. Ma ogni mese l’ho chiamato e ho preso tre chili nel frattempo. Adesso lo vedo ogni tanto la sera, mentre sorseggia una birra di fronte al rifornimento, inchiodato in un giubbotto di pelle. Si dice che lei lo ha inculato con un nero. L’ho perdonato, ma non ce la faccio a fermarmi e a dirgli come sta.

Forse però è stato giacomo che mi ha devastato del tutto, come immagino sia stato con te e con quell’altro. Quel cazzo di dottorato in america. Quando ti chiamò dopo un mese, che piangeva. E tu a dirmi che dovevamo andare a trovarlo, a stare quindici giorni là, con te senza un euro, e con me a un esame dalla laurea. Dopo venti giorni eravamo in un taxi giallo a maledire il nostro inglese. E l’avevamo pure recuperato, quello là. Gli avevamo messo a posto la casa che era un cesso, gli pagammo le donne e lo ubriacammo per farlo ridere. Cristo santo, le nostre soluzioni a breve termine erano sempre a base di alcool.

Poi ha mollato, due mesi dopo. E’ tornato da noi. Era spento, non parlava neanche più. Era diventato normale, doveva tornare alle undici la sera, e si metteva quelle cose in bocca. Non me la sono sentita mai di chiedergli cosa fossero quelle cose. Poi è risparito. Sai anche tu le voci che girano, andrea. Quello che dice che l’ha visto mentre chiedeva sigarette a rometta montagna, quell’altro che l’ha visto a praga con una nera e una cinese, quell’altro ancora che dice che è tornato in california. E io, che dico di averlo visto in quello scheletro pelato nella messa di natale. Importante che non sia quella cosa là, quel pezzo di carne putrida impiccato nei colli, trovata la scorsa settimana. Andrea, è stata quella la molla, che mi ha portato alla scelta di oggi, altrimenti forse quelle valigie rimanevano sotto il letto un altro paio di mesi. Voglio andarmene prima che scoprano chi è quello là.

Infine l’altro andrea, il nuovo ramses secondo, la mummia dell’era moderna. Hai fatto bene a non farmi compagnia, in svizzera, per andare a trovarlo. Ho resistito tre giorni, gli ho imbrogliato ad un certo punto che mi avevano anticipato il volo. Lui è dimagrito mentre sua moglie è diventata una vacca. Il colmo. E’ sfondato di soldi, adesso. Non beve più, non corre più, lavora tredici ore al giorno. Stavo più con sua moglie che con lui. L’ha mummificato, credimi, l’ha mummificato. Ci avevi visto giusto, mentre io te l’ho difesa fino all’ultimo. Non riesco più a rispondergli neanche al telefono. Sembra mio zio quando mi deve fare gli auguri di natale.

Andrea, tu fra tre mesi te ne vai. Non avrei potuto fare il countdown qui, sarei morto prima. Avremmo pianto ogni giorno di più, poi a te la nuova vita, e a me la solita palla. Campo con duecento euro al mese, degli altri novecento non so cosa farmene. E’ bello il primo mese, il secondo, poi neanche te ne accorgi, mentre te li caricano sul conto corrente e mentre mia madre mi porta il caffè al letto ogni mattina. Mentre le strade sono sempre sporche e le facce sempre più uguali.

Non posso rimanere qua Andrea. Ne parlavamo sempre, anche tra di noi. Diventerei un automa, in quella casa piena di vuoto, in quegli uffici pieni di fumo, in queste strade piene di merda. Gli anni passerebbero, salirei di livello, con un portafogli sempre più sfondato, troverei pure qualche malata che non ha niente nel mercato da sposare. Poi, mentre mi sparerei pure qualche figlio, direi al prossimo che sono felice e che sto bene.

L’hai visto il mondo, Andrea. Era come noi sospettavamo, non come noi sognavamo. E lo sapevamo pure, per questo abbiamo smesso di parlarne.

Per questo sto prendendo le valigie in mano senza dirti niente, Andrea. E senza dire niente a nessuno. Riaprirò il cellulare fra qualche centinaio di giorni, non me ne volere. Magari ci sentiremo, forse anche ci vedremo, basta che mi prometti che non ci metteremo mai a parlare dei nostri figli, o dei nostri lavori che ci tengono impegnati. O di questa lettera.

Voglio che ci ritroviamo a ottant’anni Andrea, a giocare ancora a briscola in qualche bettola, sempre con le birre e il fumo. E a fare ancora progetti, come se dovessimo viverne altri ottanta. E che Dio ci abbia in gloria, anche se non sarà così.

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3 risposte a “Lettera ad Andrea

  1. Bellissimo…semplicemente. Mi hai trascinata dentro di te e mi sono riconosciuta. Io, quel viaggio, lo intraprendo quando ogni tanto fuggo senza programmi da Milano verso mete improvvisate. Da sola. Senza orari. Coi soli limiti del mio corpo.

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