Lettera a Marco

Caro Marco,

ho deciso, dopo quasi un anno e mezzo, di prendere carta e penna e scriverti, con tutto ciò che ne può conseguire. Presumibilmente nulla.

Sai già come la penso di noi. Da quando te ne sei andato in Svizzera il nostro rapporto non è più quello di un tempo. Non ricordo tue chiamate, tue lettere, non ricordo più niente di quello che eravamo. Le sigarette sono ammuffite in macchina e le birre sono scadute. La nostra cassa in comune è sempre là. Potresti rispondermi anche stavolta al solito modo, che ci vedremo, che a Natale, a Pasqua, in estate scendi e faremo tante cose assieme. Poi mi ritrovo in uscite a venti in cui se parlo con te direttamente 3 minuti è assai. Le chiamo le uscite di rassicurazione, le usi per espletare le formalità.

Stavolta infatti non ti scrivo per questo. Se ti scrivo nuovamente è per la scomparsa di Andrea. Andrea è sparito, si è portato il vino, due ricambi, e un mare di merda, quantomeno è quello che ha scritto in stanza. Nel muro della sua stanza.

Marco ti ricordi Andrea?  Lo chiamavano il muto. Sei anni fa, dopo un sabato sera, ha smesso di parlare, salvo alcuni saluti. Ha iniziato ad avere un bagaglio di un migliaio di parole l’anno, di cui il 70 % erano per chat e sms, essenzialmente saluti e orari. Questa storia la sapevamo anche noi, anche se non lo frequentavamo ancora, ma la sua leggenda era già in atto dai chiacchieroni e dalle donne, che con un pizzico di malizia non mancavano di sottolineare che nonostante non parlasse si sapeva far capire in altri modi e altri luoghi.

Strinsi amicizia con Andrea negli autobus, quando tornavamo da scuola. Era l’ultimo anno, e facevamo la stessa strada del ritorno. Mi chiese “Fatemi uscire con voi questo week end”, che rimasero tra le poche parole di quell’anno, poi ti avvertii e da quel momento in poi formammo il trio. Nonostante non fosse molto di compagnia ci trovammo molto bene: era un ragazzo tranquillo e pacato. Ci piaceva dire che lui era il nostro moderatore, viste le nostre teste calde. Ogni volta che lo dicevamo lui sorrideva. Ho sempre amato quel sorriso. Triste, come di uno che sa la verità, troppo amara per confidarla.

Non ho mai capito, caro Marco, perché Andrea scelse noi. Perché la sua è stata una scelta. Il resto del mondo umano era fuori dalla sua considerazione. Non so perché, mi sono sempre sentito orgoglioso che abbia scelto noi. Come se tra le fezza umana e lui ci potessero essere ancora degli intermediari.

Abbiamo sempre saputo poco del ragazzo, anche frequentandolo. Non siamo andati molto oltre le leggende. A scuola non parlava. Negli scritti prendeva sempre voti massimi e negli orali minimi, in quanto faceva scena muta. I genitori erano convocati ogni mese, nonostante si presentassero in poche occasioni: il padre era sempre in strada in cravatta e con il macchinone, si dice fosse un consulting manager, o qualcosa del genere; la madre anche batteva le strade, ma forse per cose diverse. I professori lo fecero comunque passare agli esami di stato, seppur col minimo, per toglierselo dalle palle, consigliandogli un analista. La leggenda dice anche che l’analista ha chiuso dopo tre mesi di sedute con lui, ma questo sicuramente è un dato fuorviante, si sapeva che il suo studio fosse in ristrettezze economiche.

Mi ricordo che spesso ci chiedevano come riuscissimo a frequentarlo, e mi piace molto come l’abbiamo sempre difeso, a spada tratta. A volte ci toccava la spalla, per affetto. Per me, e penso di poter parlare anche per te, quel gesto valeva più di cantilene di due ore.

Una volta gli abbiamo chiesto perché, come, quando ha smesso di parlare. Ci rispose al ritorno in macchina, dopo due ore, mentre eravamo sbronzi: “Raccogliete le frasi inutili e le falsità che sentite nella giornata, le facce delle persone che le dicono. A parte i saluti, esaminate il rimasto. Da anni non ho più niente da dire”.

Andrea è sparito l’altro giorno. Erano un paio di giorni che si era dimesso. Lavorava in una società informatica e sfornava software competitivi, così tanto che i capi, sempre e rigorosamente obesi, in quelle belle riunioni piene di cibi raffinati, di luci miti, di vetri e tavoli lucidi, parlando di lui, hanno chiuso un occhio sulla sua totale assenza di partecipazione in qualunque cosa avesse a che fare con la vita. In quanto produceva molto. I colleghi però, l’occhio non l’hanno chiuso: nelle loro riunioni, sicuramente meno pompose, con tavoli sicuramente più polverosi, senza cibi e con i soli caffè, ma altrettanto concrete, hanno decretato la sua condanna, di esasperarlo fino a farlo fuori. Sembrava, dopo mesi in cui il suo tavolo era ormai paragonabile a quello di Fantozzi e lui non batteva ciglio, che avessero fallito, ma inspiegabilmente un giorno che non doveva essere diverso dagli altri presentò le dimissioni, mentre i capi, con le mani ai capelli, gli sbandieravano cifre da capogiro.

Non c’è più, Marco, io cerco e chiedo ma sto mollando. Anzi, ho già mollato. La settimana prima che sparisse, quando lo lasciai sotto casa, ci mise un po’ prima di scendere dall’auto. Aveva lo sguardo perso nel vuoto e gli occhi lucidi. “Devi andare via” mi disse. Io sorrisi, gli dissi che stavo bene, gli parlai di Eleonora e degli ultimi risultati all’università, non c’era motivo per andare via. “Vattene, e non tornare più. Devi andare via, corri il rischio di diventare come tutti gli altri. Di far parte di queste strade, di questi luoghi, di questa gente. Non hai paura? Io non voglio più vederti”. Quella fu l’ultima volta che lo vidi.

Pensai a te quella notte, quando te ne andasti tu. A quella telefonata. Ero a lezione, disegnavano tubi di merda, e squillò il cellulare. Sentivo il vento e un rumore di moto. Dopo cinque, sei secondi, la frase “Compare, io sono partito, non tornerò per un po’”. Ti dissi che avevi il cervello mangiato. E che dovevi avvertirmi, che sarei partito con te. Tu mi hai detto “Non avrei mai potuto farti fare questo. Ma ci incontreremo in futuro”. Lasciai l’aula, cancellai la lavagna e mandai a fare in culo il professore, il tutto senza una logica specifica. Ci siamo incontrati effettivamente, ma sei diventato ridicolo.

Adesso le mie giornate si assomigliano: la pseudolaurea si avvicina, la mia famiglia si neutralizza ed Eleonora diventa sempre più noiosa, mi rimprovera del sesso sterile e delle giornate uguali, come se io ci potessi fare qualcosa. Le mie notti sono più uguali dei miei dì: mi manca il vecchio te, e mi manca Andrea.

Non so il mio destino, caro Marco. La mia vita vera dovrebbe iniziare adesso, mentre io la vedo in un vicolo cieco. Prosegue tra birre, caffè e fumo, più adatta per una fossa, che per un futuro radioso.

A volte penso che mi piacerebbe ripetere una serata da trio, io, tu e Andrea. Andare al biliardo, bere, andare in città sbronzi a corteggiare donne ed esaltare la loro bellezza, in realtà già scaduta. Poi torno bruscamente alla realtà, immagino questa serata: tu, realizzato, che mostri i tuoi biglietti da visita e che ora bevi il brandy, io, depresso, che parlerei delle mie frustrazioni a un muto ed uno strafottente, e quel poverazzo che si dovrebbe sorbire due babbei, che erroneamente aveva considerato diversi dagli altri. Meglio che le vecchie serate, anziché ripeterle, ci limitassimo a ricordarle.

Marco, ascoltami, non tornare più. Ricordaci, però, parla di noi, alle tue donne, ai tuoi nuovi amici, di tutti i nostri episodi. E’ l’unico modo per riviverli davvero, ridendo.

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