Lettera a Paolo

Caro Paolo,

probabilmente ti scrivo questa lettera perché ho bevuto e sono fatto di coca. Dopo aver finito questa lettera la strapperò con le mie mani o la getterò in un cassonetto.

E’ inutile che ti riveli, per l’ennesima volta, il mio odio sprezzante e la mia invidia per la tua vita  e la piega che prende. Ma voglio rievocare i ricordi per i quali tu mi eviti o quantomeno così mi piace immaginare.

Ti scrivo da un albergo di Roma. Ho appena fatto l’amore con una donna, che ha un nome impronunciabile, e da mezzora circa parla di filosofia e teoria dell’amore alle mie spalle, ignorando il fatto che non le sto rivolgendo la parola e che sto scrivendo questa lettera. Faccio irregolarmente e intensamente uso di diazepam, da circa due anni, oltre i tempi e le dose quotidiane scritte da chi li scrive, stanotte però non l’ho potuto prendere. Quando lo prendo mi si ammoscia e avrei fatto brutta figura. Per questo sto scrivendo male e confusamente.

C’è molto altro di cui ti potrei parlare: sentire rumori che non esistono, abuso di alcool, guardare un punto fisso per circa dieci minuti e dimenticarsi cosa ho fatto la sera prima, ma ho smesso di parlarne agli altri perché li vedo in difficoltà. Quando parlo la gente mi evita o dice frasi fatte, per questo le mie parole nel corso degli anni sono diminuite finché, ad oggi, dico le essenziali per sopravvivere.

Ho invidia per la tua vita, perché avrebbe dovuto essere come la mia, oppure è la mia che avrebbe dovuto essere come la tua, in assenza di quel terribile giorno.

E’ gennaio. Facciamo il corso di impiantistica, più precisamente l’esame scritto. Mi mancano tre materie. Moderatamente soddisfatto, so che è quella la materia più difficile, il resto dovrebbe rientrare nei binari della folle normalità universitaria. Tra l’altro sembra che nel compito sia preparato, quantomeno finché vedo le tracce che si dovrebbero svolgere. Lì per un attimo mi viene da vomitare, ma non mi abbatto. So che nel giro di due ore accadono molte cose: ragionamenti, soffiate, rapine, proteste, vino, eccetera. Non è detto che debba ripresentarmi nella prossima sessione, cosa che gli esercizi del compito sembrino sancire cinicamente.

Alla mia sinistra Carlo, il nostro silenzioso collega estroso, si lamenta, con pacatezza ed educazione, della difficoltà forse eccessiva dello scritto. Lo guardavo mentre ha espresso il lamento. E anche per tutto ciò che fece subito dopo. Mi colpì per la sua pacatezza, che ha mantenuto intatta quando, senza motivo specifico, estrae una calibro 45 dallo zaino seven a suo fianco. Ho ricordi confusi di ciò che è successo nei minuti successivi, ricordo chiazze di verde che oscuravano il mio campo visivo, il cuore che batteva, e il sangue che mi saliva agli occhi. Carlo ha ucciso sei persone in aula. Tutti colpi sistematici e lenti, alla testa, al petto e alla schiena. Il rumore dei colpi lo sento svariate volte nella settimana, senza che ci sia nell’aria qualcosa che effettivamente somigli ad esso, mentre sogno circa una decina di volte al mese lui che estrae l’arma dallo zainetto alla sua destra. Io rimasi seduto. La porta, dalla quale siete riusciti ad uscire tu, il professore, Lara e Marco, era troppo lontana da me, oltre al fatto che sarei dovuto passare di fronte al ragazzo. Oltre al fatto che non riuscivo a muovere i muscoli delle gambe.

Ne aveva già uccisi cinque, quando mi guarda. Dire che vedi la vita non rende l’idea, è più giusto dire che senti il cuore che ti esce dalla bocca. Mi guarda, saranno stati dieci secondi. Anni per me, di invecchiamento precoce. Forse sono stati quei secondi che mi hanno fatto impazzire irreversibilmente, che mi hanno bruciato pezzi di cervello. Dopo quei “dieci secondi”, Carlo spara a un collega di fronte a me, che gli pregava in faccia. Dopodiché si risiede, rimettendo l’arma nel suo zaino. Torno a vedere di nuovo verde e sono fermo, con le gambe immobili. Non so come riesco a farmi arrivare dell’energia. E’ una specie di miracolo il mio alzarmi e camminare a passo spedito verso l’uscita, mentre lui sembra guardare il vuoto di fronte a sé, con una faccia amareggiata. Poi svengo, nel cortile.

In qualche modo, caro Paolo, ci hanno fatto laureare, anche se ho ricordi confusi. Io ho sempre ricordi confusi. Iniziai a bere, in quel periodo. Ho un ricordo vago di me brillo che narra l’elaborazione finale alla platea dei pagliacci che poco dopo ci leggono il titolo con un sorriso finto in volto. Quel giorno, e da un po’, Elisa non c’era più. Non provava più niente per me da almeno un anno. Di lei comunque ricordo il cuore che ha messo per accompagnarmi, ormai esclusivamente per affetto, fino a quella che chiamarono la mia riabilitazione.

Sono tornato varie volte all’università, qualche volta passai dal professore, che è riuscito a mantenere la sua neutralità dal mondo circostante senza battere ciglio. Parlare di lui di morti, di pornografia o di biocarburanti è la stessa cosa. Così mi arresi, buttandogli giù un quadro dalla parete e versandogli il contenuto della sua immondizia personale nella sua scrivania, senza una precisa logica, e non tornai più.

Tra le manie che iniziai a prendere in quel periodo ci fu quella di sapere continue informazioni sui sopravvissuti, non so perché. Marco non esce più di casa dalla laurea, e ha chiesto più o meno ufficialmente di non ricevere visite da chi fa parte dell’università. Si dice che sia malato.

Lara ciuccia cazzi in tutta la città, salvo qualche discriminazione. Quando la vedo e la saluto sembra fatta, e non ricorda neanche il mio nome.

E poi tu. Tu che ora lavori in Svizzera, e convivi con la tua compagna, come mi hai detto al cellulare tre mesi fa, chiedendomi di essere lasciato in pace. Tu che sei evaso, eri l’unico che ridevi, alla laurea, che fumavi. Oggi hai il biglietto da visita, hai la carta di credito. Hai la cravatta.

Ti invidio, non so come hai fatto. Penso che ti abbia salvato l’essere uscito quasi subito dalla porta di fronte a te. La tua solita smania di primeggiare in prima fila, sicuro di te, non ti ha reso solo superstite, ma ti ha permesso di restare, ammesso che lo fossi anche prima, normale.

O forse ti stimo e ti ammiro, non lo so, perché hai superato tutto. Caro Paolo, io giro con un coltello in tasca, e alla mia ex tre mesi fa l’ho colpita ripetutamente con un ombrello sulla schiena, non so per quale motivo. Lei, o quella prima, non mi ricordo, mi ha definito un mostro vestito da pagliaccio prima di lasciarmi, mentre sghignazzavo per una sua brutta figura.

Di me poi non hai voluto sapere più niente, salvo i primi tempi, quando mi facevi anche venire a casa tua, per un po’, poi alle sole telefonate. Poi mi hai pregato di sparire.

Io mi sento solo Marco, e ho bisogno di aiuto. Quando mi parlano le persone la mia mente annulla le parole e le trasforma in suoni separati tra loro, la mia mente si perde nel vuoto, vengo preso da un’ansia che non ci dovrebbe essere. Le mie reazioni però sono inerti qualunque cosa accada nella mia vita. Le mie uscite con gli amici sono ridicole, le donne che hanno la sfortuna di incrociarmi diventano carne da macello, la mia famiglia si è arresa e il lavoro neanche lo cerco. Mi piacerebbe parlare con te, sapere come hai fatto ad andare avanti, senza sentire retorica spicciola.

Alle ultime telefonate notturne che faccio a casa tua, più o meno una volta a settimana, ultimamente risponde la tua compagna. Mi sembra di capire che non sappia nulla di quell’episodio, visto che non riesce a capire di cosa parlo. E’ l’unica che mi ascolta comunque. E mi ha detto, piangendo, che anche tu hai la tue manie, come dormire con la luce accesa, o tradirla con uomini.

Finché non chiamerai, caro Paolo, mi resta in mente questa tua figura invincibile. Forse a te piace così, per questo mi hai cacciato via.

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5 risposte a “Lettera a Paolo

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