Mario

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Conobbi Mario ad una festa di laurea, nel 2007.

Mario era seduto in disparte, e beveva tè deteinato. Io vino, come tutti. Mario non parlava e guardava il vuoto. Sembrava uno sfigato, il ragazzo. Le donne lo deridevano, del suo fare principesco, in quella poltiglia. I vecchi amici ci avevano fatto il callo.

Per questo lo pressai, e strinsi la più strana amicizia della mia vita.

Con Mario feci i discorsi più profondi della mia vita. Scoprii le sue passioni, lui scoprì le mie. E insieme ne scoprimmo di nuove.

Con Mario sono aumentate esponenzialmente le donne della mia vita. Quando glielo dicevo, per ringraziarlo, perché era anche grazie al suo carisma, diventava una belva. “Sono meteore” mi diceva. “Passavamo solo per primi”, diceva, scoraggiandomi, per certi versi. “Arriveranno quelle vere, in altri tempi”, mi rassicurava. Ma a me già andava bene così, ero ancora giovane.

Con Mario sono diminuite esponenzialmente le mie paranoie, mentre io, facendolo iniziare a  bere, riuscì a fargli uscire le sue, ed affrontarle. Quando le usciva stringeva i denti e i pugni, e faceva una smorfia di dolore, sembrava un bambino arrabbiato. Lui invece, da signore, non mi faceva mai bere, per uscirle, quando vedeva che avevo una faccia di merda mi chiudeva in una stanza o in una macchina assieme a lui, e mi faceva uscire tutto il vomito che avevo.

Se tutti avessero saputo un decimo di quello che ho detto a Mario, i miei non mi chiamerebbero così tanto, dei pagliacci non mi avrebbero assunto, dei folli non mi avrebbero scelto per amico, le donne sarebbero inorridite. Dio avrebbe pianto, il diavolo mi avrebbe mandato in purgatorio per non portarmi con lui. Eppure Mario non mi ha mai giudicato.

Sono sparito dalla vita di Mario in un autunno, quando mi assunse un’azienda di psicofarmaci. I proprietari non sapevano che sarei diventato un loro consumatore. Altrimenti, nonostante l’amore e le coccole che si danno ai clienti, non penso mi avrebbero assunto.

Quando dissi a Mario che me ne sarei andato, quella sera si ubriacò per la prima volta, e mi disse parole offensive.

Quando, dal treno, gli dissi che lui in due anni era riuscito a fare quello che in 23 anni non aveva fatto “la gente”, si arrabbiò. Non so perché in questi discorsi si arrabbiava sempre. Disse comunque che non si sarebbe più fatto sentire, neanche quando tornavo in vacanza. Perché “I come va, che si dice, come va il lavoro, sanno di frocio” diceva.

Fu da quel momento che Mario smise di essere il mio amico, e diventò mio custode.

Un mese dopo che mi ero trasferito gli mandai un’e-mail in cui denunciavo le mie usuali difficoltà sociali. Nello stesso week end venne, con uno zaino in  spalla, bestemmiando. Era dimagrito, Mario. Uscimmo una settimana e conobbi il mondo: donne e pseudoamici. Roba da folli, che pensavo non esistesse. Quando se ne andò e io lo ringraziai mi disse “Vedi che è spazzatura, roba per sopravvivere. Appena trovi persone vere tira l’acqua del cesso”. Quanto era cinico, cristo. Ma aveva ragione, gran parte era spazzatura. Gran parte degli amici è sparita all’inizio delle mie difficoltà, tutte le donne ancora prima, dopo il sesso nelle strade o nei divani sporchi, o ai primi discorsi filosofici. Uno spicchio è rimasto, però. Mi piacerebbe oggi dirlo a Mario.

Sei mesi dopo che mi ero trasferito, Mario tornò. Tornò alla fine di un mio ciclo. Esso iniziò quando una mattina mi alzai, andai in bagno e mi ricoricai, non andando al lavoro, senza motivo apparente. Una settimana dopo, senza più uscire di casa, scelsi di non mangiare. Due settimane dopo, scelsi di non andare più in bagno e rimanere tutta la vita nel mio letto. Non mi ricordo per quanto scelsi di fare in questo modo, ricordo solo che ad un certo punto la vista era tinta di giallo e verde e vedevo solo il centro del campo visivo. Ma le orecchie ancora funzionavano, e sentì una porta che si apriva, passi veloci, poi Mario che sbraitava. Mi impegnai a non ridere, ma Mario quando sbraitava mi faceva impazzire. Stavolta Mario stese con me due mesi. Mi lavò lenzuola e stanza, cucinò, aggiornammo il curriculum, mi fece trovare un altro lavoro, poi se ne riandò.

“Ma Mario, come ti sei potuto permettere di prenderti due mesi, per stare qua con me? Il tuo lavoro? La tua ragazza?”.

“Fatti i cazzi tuoi”.

Non sapevo che Mario mi stava lasciando, per sempre. Stava male Mario. Lo seppi nelle vacanze estive, quando scoprì che era morto.

Se mai esista la bontà, nascosta da una dolce rudezza e scontrosità, quella è Mario, che se ne è andato, in un giorno di primavera, mentre le onde continuavano a sbattere contro gli scogli, la gente a parlare, la vita ad assorbire.

Gran parte di quel poco che ho avuto dalla vita l’ho avuta grazie a Mario. Questo oggi sembra non capirlo nessuno.

Da qualche mese sono rinchiuso, in una specie di ospedale, in Svizzera. A volte dimentico il perché, a quanto sembra ho portato, forse puntato, armi sul posto di lavoro. I professionisti che mi circondano mi dicono che il peggio è passato, che sono pronto per la riabilitazione. Non sanno che sto spendendo una fortuna, tra i pegni da pagare agli infermieri che mi portano le birre, e il denaro da dare agli amici che mi portano le droghe, dalle finestre.

Dicono solo che un passo forse decisivo sarebbe “la consapevolezza della non esistenza di Mario e della sua creazione come mia proiezione”. Prontamente, a questa supercazzola, rispondo sempre “Fottiti, idiota”. Poi chiamo mio padre, al telefono, perché è un po’ che non mi segue di persona, e gli dico di spiegargli a quel mongoloide che Mario è esistito. Ma quello piange, ogni sacrosanta volta, e non mi risponde. Mio padre che piange è inascoltabile, sarebbe come sapere che Satana ogni tanto si confessa. Ed io esplodo, di fronte a questi professionisti. Tra l’altro non trovo più le e-mail e gli sms che mandavo a Mario, e ai quali lui mi rispondeva. Conoscendolo, le ha cancellate in una di quelle due volte in cui è venuto. Ha cancellato anche il suo numero dal mio cellulare, come se ad oggi ne avessi potuto fare ancora uso.

Non ci saranno mai parole per dire grazie a Mario. La società di oggi è così terribile che ha creato anche l’anticamera dell’amore, con un paio di donne che battono sulla strada. Ma neanche a pagamento ha creato l’anticamera di un’amicizia, non come quella che avevo con Mario, ma molto di meno. Neanche l’anticamera.

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17 risposte a “Mario

  1. Io ti capisco bene… forse ancor più di quello che tu possa immaginare…
    non sono finita in ospedale, non faccio uso di droghe e non violento me stessa facendomi male…
    Mi fu detto… non permettere mai a nessuno di portarti via il tuo sorriso…
    poi vuoto… niente… come il tuo amico Mario anche lui è morto…
    dovrei iniziare ad accettare a metabolizzare questo dolore…
    m’impegno … ci sono giorni buoni… ma poi mi rendo conto che bleffo cn me stessa…
    lui mi manca… ed io ho perso il mio punto di riferimento…

  2. Ciao, volevo soltanto dirti che sono contenta di essermi fermata stasera a leggere il tuo post che trovo assolutamente geniale. Mi ha coinvolto molto perché credo ancora nella forza della comunicazione, del dialogo in tutti i linguaggi conosciuti e sconosciuti. L’anticamera di tali dialoghi è appunto avere una persona come il tuo amico “Mario”, sia esso reale che immaginario.
    A essere sincera non ho letto questo gran dolore nel dipanarsi del racconto e neppure alla notizia della morte di Mario (vera o presunta). Probabilmente perché quando si è così amici si diventa la stessa persona.

    • Ciao, dvdr. Si, è stata una modalità un po’ diversa… Non volevo rimanere “intrappolato” in tutte queste benedette lettere… Giustamente questo genera sensazioni diverse, nel bene e nel male…

  3. Bè a te i miei complimenti… mi ero lasciata trasportare… ed ho fatto della mia storia vera… la tua di fantasia… meglio così per te… non avevo capito nulla… e questo è il tuo merito…

  4. Anch’io avevo una specie di amico, che non si chiamava Mario, e che mi ha aiutato specialmente quando ero ragazzina e non conoscevo ancora la cattiveria del mondo. Se non avessi avuto questo custode pure io chissà dove sarei ora. Lui però non mi mandava mail o sms, perchè non esisteva ancora internet e poi non ne avevamo bisogno visto che ci capivamo al volo, senza aprir bocca 😛

  5. Pingback: 61. Il mio blogger preferito dopo di me che sono indiscutibilmente il mio blogger preferito | italianamentescoretta·

  6. Ti incontro oggi per la prima volta per un puro caso. Ho letto il tuo racconto con curiosità e interesse: un misto di realtà e fantasia e dove non si capisce quando finisce una e inizia l’altra. Questo è un segno di bravura. Vedrò di seguirti per avere conferme.
    Nicola

  7. Anche io ti sto leggendo per la prima volta. Questa di Mario è una storia estremamente affascinante, e a mio avviso, anche reale. Grazie per questo post, bravissimo.

  8. Sono approdata qui per caso, decidendo di leggere il primo scritto ad attirare la mia attenzione dopo la prima frase…e solo un commento mi è venuto dopo aver letto Mario: WOW!

    Stile duro, che ti costringe a fermarti pensiero dopo pensiero e storia affascinante. Complimenti davvero.

    Lucia. 🙂

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