Lettera ad Ariel

Lettera ad Ariel

Cara Ariel,

quando ti arriverà questa lettera sarai smarrita e tremante. Penso non ti saresti aspettata questo.

Oh Ariel… Sapessi cosa sei per me. Mi hai regalato tutto ciò che ho: un affetto immenso e gratuito. Adesso mi rendo conto di quanto lo dessi per scontato. Ho dovuto scoprire che è un dono prezioso e raro. Che delusione rimpiangerti ad anni di distanza.

Un’amicizia che ha superato ogni barriera, anche quella dei primi, poi degli ultimi, amori, che hanno delineato le nostre vite. Abbiamo lottato a volte, diciamocelo pure, contro critiche che avevano del fondamento. Come le sigarette ai tramonti e le notti ai colli, a sentire il vento. E, che Dio ci perdoni, negli ultimi tempi, a respirarci, a un passo dal proibito.

La mia vita da un anno è cambiata, Ariel. Nel lavoro e nella mia socializzazione con terzi. Ha spiccato il volo, ha fatto il salto della morte.

Ci insegnano ad andare oltre i nostri limiti, in tutte queste citazioni, diffuse da fantomatici filosofi, che spiccano nei social network e nei media. La verità è che ci dovremmo fermare un attimo prima. Prima di entrare in una spirale da cui non faremo più ritorno.

Nella vita si definiscono dei ruoli, con lo scorrere del tempo. Delle direzioni. Queste capacità di guardare sempre all’orizzonte, di reintrerpretarlo e reinterpretarci per cambiare ed andare oltre, più veloci della zattera sulla quale poggiamo, ci fa bruciare. Prendi Flavia Vento, nella sua soave bellezza, che si spinse oltre ed iniziò ad aprir bocca. O Gigi D’Alessio, con il suo sguardo vitreo e il suo fisico aitante, che iniziò a scrivere testi ed a cantarli.

Adesso pensa me, operatore di linea di una macchina di confezionamento, con un camice sporco, durante il periodo di prova della mia assunzione, che cerca sempre di capire come una produzione può essere più veloce. Cerca di capirlo andando oltre i bisogni umani, psicologici e fisici. L’ambizione ci acceca, vita mia. Ci rende larve di persone che non si interesseranno mai di noi.

“Non ti ho assunto per pensare, ma per lavorare!” Mi diceva il titolare, alle mie prime osservazioni.

“Ti devi fare i cazzi tuoi!” mi diceva il mio responsabile, dalla finestrella di quell’ufficio ridicolo nel quale stava.

Ma io, gli accorgimenti che ideavo, li facevo implementare lo stesso. Poi, dai lucidi uffici amministrativi arrivano i resoconti trimestrali  e semestrali  di produzione, passando a titolari e manager, che si occupano dell’interpretazione dei dati. Tutti rigorosamente grassi. E la carta canta.

Poi ci vuole un colpo di fortuna. La fortuna nell’ambiente di lavoro spesso deriva dalle disgrazie degli altri. Nel mio caso un collega perse la mano mentre lavorava, maciullandosela a inizio macchina. Mi ricordo quel giorno perché lavorai sporco del suo sangue fino a fine turno. I due capi così ebbero vita breve: uno si dimise, l’altro impazzì e lo buttarono fuori.

A corto di gente, questi signori si ricordarono di me. Questa è la vita, da queste parti.

Immaginami un anno dopo con la giacca e cravatta, da responsabile, che impartisce ordini alle stesse persone dalle quali li riceveva. Non hai idea degli occhi che vedo, Ariel. Quegli occhi mi vogliono uccidere. Dimmi come sarei potuto andare avanti.

Un collega, in particolare, mi provocava e derideva vistosamente. Ho passato due mesi di inferno, stavo per dimettermi. Dopo aver provato invano a sedarlo con le parole e avvertito la titolare, che faceva spallucce, ho capito che me la dovevo sbrogliare in altri modi. Così, dopo aver reperito il suo domicilio dalle documentazioni, un sabato mattina andai a trovarlo. C’è poco da fare: Dio può scrivere quello che vuole sui suoi testi, di schiaffi e guance, e avrà pure ragione, ma a volte i metodi rurali rendono meglio un chiarimento. Non ci furono più problemi con quel collega nell’ambiente di lavoro.

Non ho amici là dentro, come avrai capito. Nella pausa pranzo mangio pane raffermo nel mio stesso ufficio. E non parlo con nessuno, se non per impartire disposizioni o con la titolare. Capisci che passare undici ore al giorno in queste condizioni non fa bene alla mente e al corpo.

Ma è dal venerdì sera alla domenica mattina che do il meglio di me. Tornato da lavoro, mi tolgo la mia cravatta, la mia giacca e mi vesto da orco. Vado nelle discoteche di tutta Milano. Sono tra i migliori segugi della città.

I locali li frequento da lucido. Una rarità. Localizzo dalle due alle quattro donne a notte, in modo che la statistica sia dalla mia parte. Le categorie di donne alle quali punto sono due: le drogate e le sfigate.

Le prime bisogna pescarle al momento giusto. All’inizio si guardano da lontano. Si seguono a vista. Quando la selezionata è in orbita si arriva morbidi, con delicatezza, la si aiuta a vivere il momento. Bisogna cercare di essere la pace che cercano in fondo alla loro anima e il prolungamento della follia che hanno scelto di vivere. Essere in questa linea di confine è dura. Ma ci si fa l’abitudine. Divento quindi il bastone di sostegno e di entusiasmo di quella disgraziata, fino al momento in cui la porto a casa, senza che eserciti una resistenza degna di questo nome. Il sesso è senza emozioni, come farlo con un cadavere. Io stesso ne prendo atto dopo venti minuti. E mi corico dall’altro lato. Dopo un paio di ore in genere inizia a vomitare o a delirare, così la butto fuori di casa, in qualsiasi stato sia: nuda, vestita o a metà.

La seconda categoria è leggermente più difficile da gestire: bisogna capire se essere dotti o incisivi, mentre si offre da bere o fumare in maniera costante. Il punto chiave è proprio questo: capire se mostrare filosofia o muscoli. La resistenza nel portarla a casa è maggiore con questa categoria. Essere accomodanti, e un’opportuna sbronza, aumenta le possibilità di successo. In questo caso il sesso è qualitativamente discreto mentre i veri problemi sorgono la mattina successiva o la notte stessa, quando la sfigata si accorge che quel velo di sensibilità, galanteria e delicatezza era solo una labile copertura, costruita ad hoc. Iniziano così bordate di sensi di colpa, di paranoie o di domande su cosa succederà in un futuro prossimo che non esiste. Anche qui la conclusione è l’uscita da casa.

Vi è in realtà una terza categoria: le straniere di passaggio. Forse la migliore, perché non ho mai capito un cazzo di quello che dicono prima, dopo e durante.

Ecco cosa sono diventato, Ariel: un orco. Mi sento solo e inconcludente in qualunque campo, nonostante sia sempre circondato da persone e da futili successi, in ogni campo della mia vita.

Ti ho sempre pensato, da quando sono partito. Il tuo odore, il tuo sorriso e il tuo parlare mi mancano ogni singolo giorno. Ho un rimpianto: non aver osato andare oltre con te. Mi chiedo come avresti reagito, e forse lo so, ma ho preferito non chiedertelo mai. Nel mio squallore ho sempre pensato che, tra noi, la porta fosse sempre rimasta socchiusa. Come se ci fosse stato ancora un briciolo di speranza nell’incontrarti nuovamente e non mollarti più.

Capisci adesso perché, quando mi hai chiamato ieri sera per dirmi che ti sposavi, non abbia fatto salti di gioia. Mi sono sentito più solo del solito.

Ariel, adesso è mattino. Ho passato una notte insonne, tra gin e pasticche, maturando l’idea che è forse giunto il momento di farla finita. Anche questo sole, pallido e morbido, non mi distoglie da questa intenzione, molto più lucida di quanto tu non possa pensare. Oggi mi impiccherò nello stabilimento, durante la pausa pranzo. Ho pianificato tutto.

Vorrei che capissi che la tua telefonata di ieri è stata ininfluente nella mia decisione, per cui non avere ridicoli sensi di colpa verso te o verso ciò che non è mai potuto essere. La mancanza del tuo odore non può essere correlata al fumo che ho costruito in questi quattro anni.

Vorrei che tutto ciò che ricordassi di me non sia questa lettera e lo schifo che raccontato, ma quel cretino lì, che ti elencava sogni nel lungomare, guardava il sole come se fosse sempre la prima volta, curioso di scoprire sempre cose nuove. Oggi i sogni sono spariti, assieme al sole, nella luce grigia dell’impianto e nella nebbia. Il mare non c’è. Ma soprattutto è venuta meno la curiosità.

Spero di incontrarti nuovamente, amica mia. Per continuare a parlarti e ad accarezzarti. Prova a ricordarti di me per il resto della tua vita…

Ciao Ariel.

Il testo ha partecipato al I concorso letterario “Con poche semplici parole”, tenutosi a Villafranca Tirrena.

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