Amar

Amar

Se non fosse stato per Amar oggi sarei ancora lì a controllare che tutto proceda bene.

“Ogni lamiera deve essere sempre identica a quella prima” fu la prima frase che mi dissero appena misi piede in fabbrica prima di buttarmi negli sgabuzzini a tagliare cartoni. Non pensavo che avrei dimenticato la sagoma del sole in quei sotterranei.

Dopo otto anni, grazie a colpi di fortuna e al mio talento, arrivai all’apice della mia carriera: nomina a Responsabile Assicurazione Qualità. Entrai, così, in uffici pittoreschi e tornai a vedere il sole, quantomeno dalle finestre.

Ogni lamiera deve risultare uguale a quella prima, sempre! E per essere così dovrai vivere nell’ombra: la durata del tuo buio sarà proporzionale a quella del periodo in cui tutto va allo stesso modo. Quando sorgerà un problema, tu sarai il primo a essere chiamato perché ne hai la responsabilità, anche se eri a bere e non ne sapevi nulla. Questa è l’Assicurazione Qualità. 

In quell’ombra scoprii il fumo, la cocaina, l’arte del bere. Paradossalmente, l’apice della mia carriera coincise con il periodo della mia dissolutezza.

Otto anni a lavorare in quella merda di fabbrica. Ci volle Amar per andare via. Ancora oggi gliene sono grato. Non avrei mai aperto i miei orizzonti senza di lui.

Mentre io e Michele, unico collega amico, eravamo in ufficio a fumare come al solito, delle grida strazianti ci smorzarono e ci fecero fiondare alle macchine: lo spettacolo non prometteva nulla di buono. La semiautomatica B era piena di sangue e Amar per terra che si contorceva con urli che nessuna bocca umana può emettere e nessuna mente dimenticare. I muri erano imbrattati di sangue e la macchina faceva rumori strani: aveva succhiato tutta la sua mano.

Chiamai un’ambulanza e lo feci portare via.

“Che Dio ti maledica!” mi strillò, mentre andava. Ancora lo sento, di notte, un paio di volte a settimana.

Michele tranquillizzò i colleghi: “Basta con quelle facce, si continua! Dappertutto tranne nella B! Il programma resta invariato!”

Era impossibile occuparsi della macchina finché la produzione continuava. Così, la lasciammo inutilizzata in mezzo al sangue. Solo un ragazzo si era lamentato degli schizzi sui vestiti, ma lo rassicurammo sul fatto che appuntamenti galanti all’orizzonte non ce n’erano. Poteva benissimo aspettare la fine della giornata lavorativa per cambiarsi.

Andammo dalla titolare. Era pallida, quasi morta.

“È finita”.

“Ma no, signora De Carlo, si rilassi. È un normale incidente di lavoro. Ne cerchiamo un altro e paghiamo una pensione a quel ragazzo”.

Rimase in silenzio per un paio di minuti. Fumava.

“Inventatevi qualcosa, altrimenti fra una settimana chiudo tutto”.

Feci un giro di telefonate ad aziende di controllo e manutenzione delle apparecchiature e spiegai la situazione. Le prime sette si rifiutarono di intervenire. L’ottava accettò. Chiesi la messa a norma di tutti i macchinari e strumenti di lavorazione, entro la serata. I nostri, fino a quel momento, non disponevano delle fotocellule, nonché dei più grossolani sistemi di protezione.

Michele fece uscire il personale preposto due ore prima, alle 16, senza toccare i badge, che fece scattare alle 18, come ogni giorno. Solo un cinese protestò, capendo le sue intenzioni.

“Io uscire alle 16, ma tu segnare 16 come uscita”.

“Che cazzo dici? Vuoi tornare domani, qui? Si o no?”

Alle 16 e 30 vennero quelli della manutenzione e pian piano mettemmo tutto a norma.

Tra le dita di Amar, che trovai sparse, una aveva la fede. Preparai, pertanto, il regolamento che proibiva l’uso di materiale personale perché pericoloso e lo attaccai in ogni spogliatoio e sala di produzione. Regolamento appeso dappertutto e datato ’99. Alle 23 tutto l’impianto di produzione era a norma e testato: con il passaggio della mano sotto la macchina, come a infilarla fra gli ingranaggi, questa si fermava. Solo la presenza di anelli o orologi ne poteva compromettere il funzionamento, come evidentemente avvenne.

Si rese necessario pagare profumatamente e in nero l’azienda di manutenzione per emettere libretti di collaudi falsi con data 1999, che certificavano la messa a norma delle semiautomatiche, nonché le dichiarazioni di controlli. Dichiarazioni che narravano di una manutenzione ordinaria mai avvenuta e mai documentata attraverso fantomatiche schede istituite al momento e archiviate.

Quella notte la nostra titolare ci abbracciò, aveva ripreso un po’ di colore. Il dramma si era ridimensionato.

Neanche la tarda ora impedì a me e a Michele di andare nella solita bettola per bere due dita di whisky. Quella volta però restammo in silenzio per circa mezz’ora.

“Dio ci perdonerà, stavolta?” mi chiese Michele.

“Se lo facesse, tu riusciresti a perdonarglielo?”

Le settimane successive furono infernali, nonostante le indagini si misero dalla nostra parte. Gli impianti a norma e periodicamente controllati nonché i regolamenti resi espliciti fecero infatti propendere per la disattenzione di Amar, che non agì mai legalmente nei confronti dell’azienda. Operò solo nei confronti miei e di Michele, attraverso segnali ripetuti che promettevano un futuro poco roseo.

Ricevetti due messaggi da parte di Amar, anche se non ufficialmente a suo nome. Uno, cartaceo, che decantava il potenziale gusto di un piatto tipicamente arabo con la mia testa; l’altro, fisico: un giorno, a fine giornata di lavoro, io e Michele trovammo le nostre macchine aperte e piene di animali scuoiati.

Michele, da sempre particolarmente fragile e delicato, ebbe segni irreversibili. Smise di mangiare, di dormire. In qualche pausa pranzo lo beccai nel cesso a farsi di cocaina. Parlava, inoltre, con i muri e la macchina del caffè. Anche per me fu un periodo poco sereno. L’ansia mi attanagliava ogni volta che entravo a casa e ogni volta che uscivo. E colpiva anche in piena notte svegliandomi…

L’idea di vedere come si sarebbe conclusa l’escalation di Michele con la sua follia o di Amar con le sue minacce non mi entusiasmava. Così, mollai. Dopo un mese lasciai il lavoro e Milano.

L’ultimo giorno passai nello studio della signora De Carlo.

“Un’ultima cosa, signora”.

“Mi dica”.

“Ho contattato quasi tutti i sindacati d’Italia e ho raccontato loro la verità. L’impressione è che, a breve, avrà qualche telefonata”.

“Idiota! Criminale! Perché, essere immondo?”

“Ognuno di noi, in questa storia, sta pagando qualcosa. Era giusto che lo facesse anche lei, che forse è la più stronza di tutti”.

“Cafone! Chiamerò anche io tutte le aziende d’Italia e parlerò di te! Non troverai lavoro neanche in una bottega!”

Me ne scappai da Milano una mattina d’agosto.

Ebbi poche notizie dei miei compagni.

Michele continuò a parlare con i muri, poi si stancò anche di quelli. Una mattina, senza motivo specifico, salì nella stanza della signora De Carlo con un coltello. Lo fermarono appena in tempo e fu cacciato dall’azienda.

Amar è tornato nella sua terra. Da quando ho appreso questa notizia le mie notti sono molto più tranquille.

Adesso vivo di lussuria: bellezze etniche, calici di vino delicati e cibi raffinati.

Non tornerei più in quell’industria dell’orrore e anche se lo volessi, non è più possibile: è stata rasa al suolo da un incendio appiccato da un operatore di confezionamento. Ho visto la sua faccia sul giornale. Sembrerebbe che abbiamo vissuto due anni nella stessa azienda. Eppure, lui non lo ricordo: i ragazzi del confezionamento avevano, per me, tutti le stesse facce, quelle della consuetudine. Sarà per questo.

La prima versione di questo testo ha partecipato al I concorso letterario “Con poche semplici parole”, tenutosi a Villafranca Tirrena, ottenendo una menzione nella cerimonia finale.

Questa versione è frutto di un lavoro di revisione e correzione da parte di Francesca La Froscia, che ringrazio.

Annunci

Una risposta a “Amar

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...