Gli arancini dello Zingaro

Arancini

E’ con una telefonata, nella pigra pausa pranzo di un lunedì lavorativo, che capisco che devo scappare.

Arrivo nella notte, con un traghetto sgangherato, dopo dodici ore di treno, e ti compro gli arancini dallo Zingaro. Ne ordino quattro e mentre li preparano mi siedo, stremato. Mi piacerebbe che l’uomo che mi serve capisse tutto, ma non può. Siamo stanchi entrambi. Stiamo anche invecchiando. Si, stiamo invecchiando sai?

Me ne accorgo quando, al ritorno dal supermercato, mi rimprovero di aver dimenticato qualcosa da comprare e di quanto abbia bisogno di una lista della spesa, che mai faccio prima; quando non ho più spazio per i miei libri e quando per leggerli mi devo mettere quegli occhiali ridicoli, con la cordicella; quando, nella contabilità, inverto sempre le cifre dei conti, meritandomi la cazziata del titolare; quando la sera, con Agata, guardiamo la tv abbracciati senza che sia necessario fare l’amore, come qualche anno fa; quando mi accorgo di essere diventato genitore dei miei genitori e figlio di mia figlia. Il tempo è maledetto, amico mio, ci logora a fuoco lento con le sue lezioni millenarie.

E allora lo capisco questo Zingaro che non si ricorda più di me, di te, di noi. Non si ricorda più delle nostre notti, brave e ingenue, che spesso finivano da lui a mangiare gli arancini. Di tutta quella gente che gli abbiamo portato. E’ arrivato a offrirci le birre, lo Zingaro, visto tutto quello che compravamo nel cuore della notte. Ed è diventato un compagno di chiacchierate.

Ma anche il suo tempo forse sta arrivando. Per farmi pagare fa i conti con la calcolatrice, sbagliando. Ma non glielo dico, mi sembra pure scortese, e pago quanto mi dice. Perché un’altra cosa di cui mi sto accorgendo è quanto sia effimero il denaro. La fame di denaro e quella di tempo si battagliano tutta la vita.

Arrivo a casa tua. Per sicurezza mi porto anche due birre, perché non si sa mai. Ma so che forse ti chiedo troppo.

Tua madre mi accompagna nella tua indimenticabile stanza. E capisco che è l’ultima volta che ci vediamo.

I tuoi genitori. Immaginiamo la natura come un qualcosa di rigoglioso, di innocente, di regole chiare e distinte. Quando sei di fronte a una madre e un padre che vedranno mancare il proprio figlio per un attimo pensi che la natura si suicidi, mangi sé stessa. O forse no: in fondo la natura ha creato con sé anche il frutto della sua morte, il petrolio, e frutti della vita, come i veleni. La natura ha delle regole. Non sono umane, tutto qui.

Ridi quando butto fuori tua madre dalla stanza.

Ridi quando ti mostro gli arancini dello Zingaro.

Te li taglio in pezzetti minuscoli.

Provo a farteli mangiare. Con grande sforzo mangi un quarto di arancino. Il resto, ormai una poltiglia lo butto, mentre un altro lo copro e te lo metto sul comodino, non so neanche io perché. So che non ha senso. E le birre… Pazienza, fanculo alle birre.

Perdona chi non c’è, amico mio.

Mi metto nei panni delle tue donne, bistrattate sempre da te, affamato di vita. Non ce l’ho mai fatta a vederti innamorato di una donna sola. Mi piace che hai sempre aspettato, bulimico, senza mai accontentarti. Questo è il tuo ottimismo. Hai assecondato te stesso nella tua follia.

Mi metto nei panni dei tuoi amici. Non li biasimare, non è facile confrontarsi con la morte senza argomenti validi. Non valgono meno di me, io ho gli arancini dello Zingaro. Loro hanno solo paura.

Ogni tanto i tuoi occhi si perdono. Ma forse ancora non è tempo. Il Dio sopra di noi sembra assurdo. Ci ha dettato le regole e nel quotidiano sembra sbatterci in faccia le eccezioni. Ci ha indicato la via e ci fa percorrere strade dissestate. Persone che riscatta o punisce subito, altre mai. A volte ho la sensazione che si ritrovi anche lui impotente di fronte ai casini che teniamo in piedi.

Ma adesso dimmi: come farò io senza te? E quando verrò le prossime volte? Mi lasci nelle panchine, a parlare con gli altri coetanei del tempo e della crisi?

Non ti potrò mai fare più le solite domande. Non sono tanto diverse da trent’anni fa… Anzi aumentano, mentre diminuiscono le risposte.

Che strade diverse, amico mio.

Volevo chiederti ancora se alla fine ti sei rassegnato alle donne.  Ti ho visto una ventina di volte negli ultimi trent’anni. A memoria non mi ricordo due volte di fila in cui mi hai mostrato la stessa donna. Sempre a giurarmi che fosse l’ultima. Ti ridevo in faccia e contemporaneamente mi intristivo, immaginando quanto tu ci credessi, in ogni occasione. Ti capisco, anche per me è stata dura abituarsi. Quando manca quel qualcosa. Quando i profumi poi diventano odori. Te ne accorgi nei bagni, la sera, o a letto, la mattina. Quando guardi con disgusto quei nei di cui non avevi fatto caso. Quando la pelle decade e ti cade qualche capello di troppo. Quando quel tatuaggio che prima ti eccitava diventa un déjà vu. Quando non ci si guarda più, che si ha già visto tutto. Quando non ci si parla più, che ci si legge già nel pensiero. Un amore strano, diverso da quello dei film. Che va plasmato, costruito, lavorato. Con fatica.

Volevo chiederti ancora se alla fine ti sei rassegnato al lavoro. Hai fatto qualunque cosa, per poco tempo. Al contrario delle donne, con il lavoro hai sempre detto che non sarebbe stato l’ultimo. Dopo qualche anno eri sempre amareggiato. Mi dicevi che eri un numero. Ho fatto un percorso diverso dal tuo. Ho fatto carriera. Non biasimarmi: sono sempre stato amareggiato come te, ma rimanendo sempre allo stesso posto. La mia crescita non è dovuta solo al sapere. Sembra quasi che la vecchiaia sia un merito. Ho conosciuto tanti miei subalterni più capaci di me. Ma non mi hanno mai rubato la poltrona che si è consolidata sotto il mio culo: è bastato non menzionarli mai nei meeting e nelle riunioni. Perché l’esperienza significa anche questo: conoscere la cecità dei titolari.

Vorrei chiederti ancora se hai trovato un luogo nel quale ti sei sentito a casa. Mi dicevi sempre che non ti saresti mai fermato di cercarlo. Senza pace. Hai viaggiato come un mendicante in tutto il mondo. Mi hai mostrato foto da decine e decine di città. Tutte diverse. Forse non hai trovato casa. Consolati, ho  messo radici in diverse città e non ci sono riuscito neanche io. Ho perso anche la mia di casa. Me ne accorgo quando torno: gli anziani sono morti, i coetanei non mi riconoscono più. Quelli che lo fanno hanno così tante beghe che non riescono a condividere più un momento. I ragazzini poi non hanno idea di quello che li aspetta.

Vorrei chiederti ancora se alla fine sei riuscito a liberarti di quella sensazione di cui mi parlavi. Quel misto di solitudine e di malinconia. Io no. Amanti  e amici non sono bastati. Men che meno una figlia e una compagna. Non te ne sei liberato neanche tu, ne sono sicuro, ed era bello parlarne con te. Non abbiamo mai capito se gli altri non ne siano mai stati toccati o abbiano solo fatto finta tutta la vita.

Vorrei chiederti ancora cosa ti è mancato. Ogni anno mi dicevi una cosa diversa: una donna, un lavoro, una famiglia, una casa, il denaro. Sono sicuro che neanche adesso lo sai. Volevo provare a dirti cosa mi è mancato, da quando abbiamo preso le nostre strade. In questi trent’anni  di belle città, di belle donne, di posti eleganti, di ristoranti e vita mondana: un amico come te. Senza un vero amico, tutto questo resta com’è: fugace e apparente. E’ mancata la spensieratezza e la leggerezza del sapere di cosa stavamo per parlare ancor prima di aprir bocca. Questo è un grazie che non può fare molto per te oggi, per la tua salute, per le tue tasche, per la tua vita. Ma spero ti consoli.

Fra poco vado via, amico mio. Non ci vedremo più. Fammi fumare l’ultima sigaretta in tua compagnia.

No, non ho voglia di incrociare tutti i nostri conoscenti. Me li immagino già, a piagnucolare per te, a chiedermi che fine abbia fatto e che la vita è così. Me ne tornerò domani pomeriggio, come son venuto.

No, non sono riuscito a lasciare granché qui. Quando arrivo mi chiama solo qualche sfigato che vuole tornare giovane per una sera o una donna che si vuol sentire bella per una notte. Un tempo mi divertivo pure, a consolare questa gente, adesso però mi sento troppo vecchio per queste cose.

No, continuerò a non portare Agata qui. Non è per sputare alle mie radici, credimi. La bacio questa terra, ogni notte in cui metto piede. Solo che con lei mi piace sempre parlare del presente e del futuro. Non mi va di farle vedere edifici in macerie e piazze vuote. Non mi va di farla camminare in mezzo a persone invecchiate male che si girano per guardarle il sedere. Mia figlia Cristina invece non è mai voluta venire, nonostante abbia insistito diverse volte. Dice che mi fa bene andarci da solo.

Ma adesso vedo che dormi. Io andrò al solito bar a farmi un bicchiere, di fronte ad un’altra persona che non mi riconoscerà. Poi andrò da un’amica a dormire.

Se puoi porta a Dio le nostre domande, amico mio. E passami qualche risposta, anche di nascosto, come solo tu sai fare. Ne ho bisogno.



Annunci

5 risposte a “Gli arancini dello Zingaro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...