About II

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Se vi capita di individuarmi, in qualche strada deserta, in qualche via affollata del centro, in qualche pub dai contenuti nebbiosi e confusionari, in qualche bar di alto degrado, in qualche locale in di massa ad alto sfondamento alcolico e chimico, in qualche corso a fondo perduto, osservatemi. Lasciate stare i giudizi, il come e perché non sia integrato fino in fondo nell’ambiente circostante o come, al contrario, sia riuscito a non inabissarmi e, seppur a stento, a galleggiare, boccheggiando. O di come mi pubblicizzo in improbabili social network che alla lunga, illudendoci di allargare il nostro campo di azione e sociale, ci restringono in una solitudine ancora più profonda. O di vantarmi, ubriaco, con gli ignoranti, o tentare di eguagliarmi, sfigato, ai dotti, ai casti e ai santi. Osservatemi, solamente.

Mugugno, rifletto, assorbo, annaspo in un misto di ricordi in cui un passato reinterpretato a modo mio, un presente senza acuti e un futuro a scarse prospettive immaginarie si mescolano; sembro un pugile all’angolo, sopravvivo perché sto in piedi, in preda a forze misteriose e motivazioni non fondate. E a volte, nei momenti più disperati, tra i ceffoni, colpi bassi, calci in culo immaginari e reali che ricevo e, ogni tanto, goffamente distribuisco, non nascondo che mi compiaccio di questo corpo che resta in piedi.

Per caso, su internet ho notato una delle fobie di cui soffro, che aiuta a descrivermi. E’ una parola tedesca, che non ha una vera e propria traduzione in italiano:

– torschlusspanik: “gate-closing” panic: the fear of diminishing opportunities as you age;

oppure, forse migliore:

– torschlusspanik: paura che il tempo per agire e raggiungere determinati obiettivi stia per scadere.

Osservatemi quando vi parlo dei progetti che poi, di fronte ad altri, ritratto, o dei pochi piani che ho realizzato perché li ho confusi per sogni. Di eventuali sogni senza nome non ve ne parlerei invece mai. Mi piace dire che non ho sogni. Poi li ho di nascosto, come quelli che ci rinfacciano diete che non riescono, e poi la spiegazione si nasconde in armadi generosi e in tempi morti e tristi. Non mi giudicate perché non parlo da un paio di lustri. Parlo sono quando ne vale la pena, o quando ci andate sotto, da eroi.

Osservatemi quando parlo di amici e di amore, e non provate pietà. La maggior parte delle cose che dico le penso davvero, al di là della filosofia e ritardi mentali adolescenziali. Non giudicate il mio status, immerso tra persone morte, spente, bruciate, nascoste, o le ricerche a vuoto, le brutte figure e lo sciacallaggio.

Cosa faccio? Un susseguirsi di studi e di lavori. E’ interessante far parte di un meccanismo di cui non ti senti mai dentro fino in fondo, in mancanza di alternative, e che superi anno dopo anno perché ne scopri i tarocchi. Meraviglioso e logorante accostare l’università e il lavoro: dalle burocrazie ottocentesche, dagli sfigati, dai chiusi, dai pallonari, dai talenti,dai furbacchioni non ne scoprirai la morte o l’oblio, unici destini apparentemente immaginabili, ma assisterai inerme all’inserimento di tutto ciò e alla loro evoluzione in un qualcosa di più vasto e grandioso. Vedrai i mercenari, i pazzi, i grassi, i maestri, gli inspiegabili, i cash, i calcolatori, i mentori e i devastati. Tutto insieme, in un meccanismo perfettamente ben rodato. La proporzione è simile a quella tra il comico e il grottesco. Non giudicatemi quando, a volte, mi trovate calzante in questo sistema. Semmai osservatemi quando la mia mente sbadiglia e quando sorrido.

I miei hobby? Non li so, la lettura quando ne ho il tempo, il pensare ai vicoli ciechi, la maggior parte del tempo. Il progettare cose che non realizzerò mai, sempre. Poi altre cose, che vivono mesi. Poi si spengono in un assordante silenzio e in una miriade di scuse e attenuanti.

Quasi dimenticavo, scrivo! Scrivo nel dì e nella notte, più spesso quasi mai. Molto più spesso immagino, programmo, progetto di scrivere qualcosa che poi non scrivo, che si perde in improbabili taccuini, o carte, diffuse tra polverose automobili e le peggiori case di Bologna, in cassetti degradati da centimetri di muffa. Tutto quello che raramente si concretizza prende piede in questo blog, che mi permette di crescere e sperimentare. O quantomeno è quello che mi piace immaginare.

Non so cosa scrivo o perché scrivo. Forse perché, non sapendo scrivere niente, scrivo un po’ di tutto. Forse perché da sempre sento di custodire una chiave che non so cosa debba aprire. O se, in fondo, esista qualcosa che può aprire, e non sia una ferraglia senza utilità.

Osservatemi quando parlo di scrittura, e quando parlo di qualunque altra cosa.

Qui leggete il mio scrivere, ma forse anche tutta la mia vita, aperta di forza. Nessun mio dialogo, nessun mio gesto, nessuna mia canzone preferita, nessuno mio sport, nessuna mia inclinazione la descriverebbe meglio.

2 risposte a “About II

  1. Ho sognato varie volte il cancello chiuso, infatti io credo che il mio tempo l’ho perso già, il tempo per fare certe cose importanti. So cosa vuol dire avere una sensazione del genere. Per me c’è l’angoscia, il buco nero, il vuoto allo stomaco che risucchia tutto, e ciò che provo è terribile. Quindi so cosa significa avere il panico, l’ansia, la sensazione di non potere, non riuscire, non essere…Il tuo cancello non è ancora chiuso però e ne dovresti approfittare 🙂

  2. Quasi sarebbe meglio se il cancello fosse chiuso davvero, sarebbe una certezza, l’inevitabilità di una scelta: cercare di sfondarlo, fino all’inevitabile conclusione, e lasciare il proprio corpo trafitto come monito, o lasciare perdere, e trovarsi un’esistenza nell’infinita landa, spazzata dal vento, che lo circonda.
    E’ il limbo che ci logora, la sensazione di avere una remota possibilità di farcela, di doverla sfruttare prima che scompaia. Ma essa non scompare mai, si assottiglia solamente, e noi con lei, come isotopi radioattivi, residuati di grandi sogni, speranze e incubi. Atomi che lentamente si dimezzano, senza mai sparire, ma incessantemente, e casualmente mutando la vita che li circonda, traviandola con pezzi fuori controllo del proprio io che si sgretola.
    E la cosa peggiore è che, ne sono convinto, dietro al cancello c’è solo un’altra muraglia, più alta e impervia, rinforzata da spine più lunghe e interrotta da aperture più strette.
    Ma nel frattempo ci troviamo fuori, e il vento ci sferza, il freddo ci morde, e alla fine pensiamo che, anche se il cancello dopo fosse insuperabile, magari tra le due barriere si vivrebbe meglio. O, quantomeno, riceveremmo lo stimolo a qualcosa di diverso dal lasciarsi spegnere, lasciare che l’oblio ci consumi e ci sostituisca, facendo procedere il nostro simulacro nella direzione più facile, con lo sguardo fisso e spento di chi ha perso l’anima.
    Per ingannare il mondo e noi stessi fingiamo che il gioco ci piaccia, che la corsa ci appassioni, che il risultato valga qualsiasi sforzo fatto, qualsiasi mutazione subita, nel tentativo di raggiungerlo. Per fingere ci costruiamo una maschera e la chiamiamo personalità, ma essa non è altro che specchio della desolazione che ci circonda. Un filtro imperfetto, finalizzato a proteggere il nostro sé più profondo, tale da assorbire le nocività, che altrimenti ci renderebbero uguali al vuoto, che incessantemente prova a sopraffarci.
    Tale maschera riflette il mondo, e con esso si muove, lentamente prova a fondersi con il nostro nucleo pulsante. Con la forza della routine cerca di sostituirsi a noi stessi, rendendoci riflesso del nulla.
    Nel frattempo comunichi con altre maschere, chiedendoti quanta della persona che la indossa stia trapelando, e quanta venga inevitabilmente assorbita dalla rappresentazione di sé in corso. E sempre più forte si fa la paura che, anche nella remota possibilità che esistano posti, compagnie e situazioni in cui è possibile togliersela completamente, il volto da essa celato sia ormai totalmente uguale all’immagine da essa rappresentata.
    Ma questo non ci farà mai smettere di respirare, nonostante la mancanza d’aria, di sognare, scalfiti nella fantasia, ma non sconfitti, dal deserto che ci circonda, di provare ad evolverci, nonostante l’inevitabile mutazione abbia conseguenze più cancerose che vitali.
    Di gettare occhiate alle maschere altrui, in cerca di crepe rivelatrici, benché queste siano sintomo di un’esplosione imminente.
    Perché c’é un’incisione, scolpita nelle nostre ossa corrose, che recita:
    “Una persona che fissa il muro è un prigioniero, due persone che lo guardano sono un principio di evasione”.

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