22 aprile 2012: Passeggiate solitarie

22 aprile 2012, diario di Giuseppe Borlotti, o di chi defeca per lui

Ancora il 40 % delle mie passeggiate rimangono solitarie.

Ricordo che questo non è un diario della rinascita. Non parlerò di come da fallito ho ottenuto il successo. Questa è la storia di un fallito che può diventare superfallito. Non è un film. Non c’ è un lieto fine, forse neanche una fine. Non so neanche io quale sarà la fine e se sarà una fine. Dirò tutto. Se la maggior parte di ciò che vivo è triste, lo scriverò. Del resto l’ho già fatto. Chi vuole un’autobiografia di un’esperienza di successo legga altro. Ci sono molto opere, grandi e piccole, di maestri, gradassi o lezionisti che hanno raccontato di come sono partiti dal basso e ora sono in alto. Non io. Io sono un fallito, triste e miserabile.

Dicevo che il 60 % delle mie passeggiate rimangono solitarie. Sono state abbastanza evidenti due cose infatti sin da subito, giunto a Bologna. La prima è che Bologna è bellissima. Da subito mi sono trovato bene. E’ una sensazione che non si può descrivere. Mi identifico con questa città. E’ elegante ma anche grezza, come me. Pulita ma anche sporca, come me. Faccia da bravo ragazzo ma serial killer disorganizzato, come me. Poco apparente e cruda, a costo di essere scema, come me. Morbida ma decisa, come me. Imbrogliona, come me.  Una ragazza non bella ma affascinante, che ti colpisce, si differenzia dalla massa, come vorrei incontrarla. Questa è la prima cosa che è stata evidente. Andiamo alla seconda cosa. Se, chiuso nella tua stanza, in casa, aspetti qualcuno che sale le scale, entra in casa, entra nella tua camera, ti dà il buffetto sulla guancia, dicendoti di non preoccuparti, che adesso c’ è lui, o se aspetti la telefonata magica di tante persone che ti chiedono di uscire, o se aspetti il vicino di casa o di stanza che si impietosisce e ti guarda e dice poverino, come dobbiamo fare per farti riprendere dalle tue problematiche da nuovo mondo, sei grossolanamente fuori strada. Io ho rischiato di andare fuori strada così, nella mia camera. Nella stanza si dovevano materializzare persone che avrebbero dovuto farmi riprendere, giustamente. Ogni giorno che non succedeva, era un altro giorno di abisso. Ho peccato di scarsa umiltà e di presunzione. Dopo cinque giorni ho infatti iniziato ad uscire solo. A piedi. Ho ricevuto una lezione. La lezione si chiama “Datti da fare, non sei il centro dei pensieri delle persone”.

Così l’ 80 % delle mie camminate sono solitarie. L’ inizio delle mie camminate è stato dedicato alla scoperta dei luoghi: supermercati, barbieri, librerie, chiese. Il week end di camminata, in particolare, ha avuto come oggetto la memorizzazione del percorso: casa – lavoro, casa – stazione, stazione – lavoro, e i loro reciproci. Per tutta la settimana infatti mi sono perso, allungando i tempi di ritorno a casa. Eppoi, il primo giorno di lavoro sono arrivato in ritardo dopo la pausa pranzo sforando l’ ora di pausa di qualche minuto. Un paradosso per me, avendo in uno dei pochi pregi la puntualità. E’ la prima occasione ufficiale che ricordo in cui sono arrivato in ritardo, la quinta o sesta se si aggiungono appuntamenti con amici. Un’altra lezione: “Non cullarti mai sui propri pregi, puoi scivolare su una buccia di banana il giorno in cui quel pregio è fondamentale”. Successivamente le camminate sono state dedicate all’osservazione. Voci, persone, episodi che ci sono nella strada. Sono molteplici.

Ogni giorno trovo chi mi chiede soldi o fumo. La gente chiede. In continuazione. E non ci credono quando, io sorridendo, dico loro che non ho soldi, che sono povero. Anzi, i miei genitori mi danno denaro per lavorare. Anzi, mentre chi mi chiede soldi a fine giornata in qualche modo si assomma 10-20 euro cash, il mio portafogli si chiederebbe perché proprio a lui è toccato un folle. Se non evitassi di portarmelo dietro, vista la sua inutilità da vuoto.

Era il sesto giorno quando tornavo da una passeggiata di apprendistato. Era mattina, anche se per me era notte fonda. Ero ancora inesperto, non come adesso, che gestisco la mia bottega di aria fritta. Una donna mi si avvicina, è sconvolta. Piange. Mi preoccupo, ha bisogno di aiuto. Mi chiede dov’è la stazione. Sono contento di offrirle la soluzione, a portata di mano: la stazione è a 20 metri da noi. Poi mi dice che avrebbe bisogno di 300 euro per il viaggio. Mentre me lo dice noto che hai i denti neri e tumefatti. Dico che non ho niente. E’ la verità. Io pago per lavorare. L’azienda mi dà l’alloggio, gli stakeholders mi defecano in bocca, orinano in gola e scoreggiano in faccia. Inizia a calare, le servono 100 euro, poi 20, 10, 1. Poi una sigaretta. Ha optato per un low cost. Me ne vado, ridendo, pensando a questa battuta. Mi maledice ad alta voce, mentre i passanti si girano verso di me, guardandomi in malo modo. Vorrei chiudere con la terza lezione, ma non mi viene in mente niente. Ah, forse una: “Cammina sempre, dovessi percorrere il 90 % delle strade solo”.

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