28 aprile 2012: La scommessa: la muffa anziché una ventosa

Diario di Giuseppe Borlotti, 28 aprile 2012:

Quando i maestri della vita mi davano lezioni, ufficiali o meno, incravattati, con le sigarette in bocca e con i drink ghiacciati tra le mani, molto probabilmente sbadigliavo, è così che mi trovo impreparato ad affrontare improvvisi sabato sera da solo, in casa e fuori,  lavandini da stu(p)rare con una ventosa, un cesso tipologia silent hill da ripulire e le prese elettriche della mia stanza che non funzionano più dopo aver, per la prima volta, stirato in maniera grottesca.

Ma questa in fondo è un altra storia, destinata ad un altro giorno. Aspetto che si concluda.

E’ il 15 gennaio 2011. Piove a dirotto dentro la facoltà di chimica dell’università di Messina. C’è un temporale fuori e dentro ci sono i corridoi vuoti. Entro nello studio della professoressa Perrotta, che ho anticipatamente contattato per chiudere il mio percorso universitario con il tirocinio e la stesura della tesi. Mi accoglie, mi presenta e mi affida ai suoi schiavi, maschioni e virili: non avrò più a che fare con lei. Certo, mi dice, chiamandomi dottor Borlotti e guardando, tenendo con due dita, come schifata, le carte che le ho dovuto consegnare, che è stato un po’ prematuro pensare al tirocinio, visto le nove materie mancanti. E che le sembra a dir poco ottimistico aver previsto la laurea nel dicembre 2011. E’ più realistico marzo, forse luglio 2012. Mentre lo dice ride. Effettivamente non le si può dire niente, anche se le materie mancanti erano otto, un esame ero riuscito a concluderlo qualche ora prima, in uno sgabuzzino con un miscelatore, con un professore coi baffi.

Lei ride. Ride sempre quando mi vede casualmente nei corridoi. Ma c’è poco da ridere in quel tirocinio, che si rivela largamente sopravvalutato.

Il 5 settembre 2011 sono in una biblioteca trasformata da me in aula studio, e sto studiando distrattamente una materia, l’ultima che mi manca, prima di laurearmi a ottobre. Devo solo passare l’esame, il voto non conta più, perché la media non si sposta, se non di decimi che possono interessare solo un paio di storici e/o statistici raggrinziti su scrivanie annerite, non me, alle prese con infezioni fecali. Passa la professoressa Perrotta, mi chiede se voglio fare il dottorato, e di fare domanda, simulando mimesi facciali. Non ride. Le dico che non sono interessato, non continuerò. L’ultimo esame lo farò due volte, il primo rifiutando il voto minimo, il secondo, venti giorni dopo, accettando un diciannove. Il tutto senza una precisa logica.

Il 28 ottobre 2011  mi laureo. Sommessamente, c’è poco da festeggiare. Anche se altri si travestono, abbracciano le loro donne, i loro bambini. I loro volti dicono: la guerra è finita. Mentre i parenti mi chiamano il pomeriggio, io piango: la guerra deve ancora iniziare, sono finite le prove al poligono.

Probabilmente il 5 settembre 2011 ho reso ufficiale quello che pensavo: sono un nomade. Ho scommesso la muffa che ho nelle tasche, rifiutando una tavola imbastita di pere e ventose. Non ho mai capito in nome di cosa ho fatto questa scelta. Dinamismo, speranza o felicità. Ma anche questi nomi sono inesatti e incompleti. Non rendono quello che vorrei ottenere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...