29 maggio 2012: Variabilità

Diario di Giuseppe Borlotti, 29 maggio 2012:

Caro diario, arrivo per la quarta volta nella terra che ha scommesso su di me. Aumentano infatti le volte che mi vedono in partenza e in ritorno. La prima per un colloquio, una seconda per il trasferimento, la terza e la quarta dopo una breve vacanza a Saponara Marittima, terra che mi ha visto crescere e ampliare la mia devastazione mentale.

Si può dire di tutto su questa terra, salvo che faccia mancare le sorprese. La prima volta mi accolse con il sorriso di un sole invernale, per fare un colloquio con l’unica persona che ad oggi abbia avuto la facoltà di giocarmi come carta; la seconda volta, quando mi trasferii, con la severità di una bufera di neve, la terza con un caldo primaverile, la quarta con ripetute scosse al suolo.

La studio lentamente questa terra. C’è sempre movimento. E’ una cosa che a volte non piace, soprattutto quando sei stanco e ti vorresti sedere, oppure quando vorresti rilassarti all’ombra di un albero. Nella vita precedente l’atmosfera era più blanda, più lenta, più morta, ovvio che rimane ancora nel sangue di chi scrive. Sembra che qui il mondo sia troppo veloce, troppo variabile.

E’ complicato dire che inizio a volere bene a questa terra. E’ la mia seconda scuola, quella della vita, dove ogni giorno vale cento di quella d’istruzione, più classica. Si tengono lezioni ciniche, a volte di poche parole, destinate a gente con sangue freddo e con pazienza. Caviale e pugni di terra da ingoiare in silenzio si alternano incessabilmente. E’ così che ho imparato a non essere troppo sicuro di me nel primo caso e a non scoraggiarsi troppo nel secondo.

All’università, non so perché visto la mia mente concreta e prospettica, inconsciamente ho forse pensato che laureandomi avessi posto fine ai paraculo, agli stronzi, agli strafottenti, ai pagliacci. Oggi, quando vedo invece le pesanti evoluzioni di questi soggetti, mi metto le mani ai capelli, prima di apprendere da loro. A mia volta pensavo che i miracoli fossero finiti, che me li fossi giocati tutti, tra le birre, le salsicce, i biliardi e le strade polverose. Anche in questo caso ho ricevuto lezioni: quando raramente un nuovo amico si intravede, una nuova donna sorge, qualche complimento affiora, maldestri abbracci appaiono, emergono ancora speranze, nel mare di difficoltà in cui sono, o mi piace pensare di essere afflitto.

Anche nei momenti più complicati, col passare del tempo aumenta sempre una voglia: di inchinarmi alla vita. E’ un’avventura, in cui spesso la strada la spaliamo noi, al massimo la natura ci offre qualche sentiero e qualche discesa. O qualche brutta scossa. Bisogna pensare a quanto è bella la vita proprio nei suoi momenti terribili. E’ l’unico modo che abbiamo oggi per sopravvivere.

Uno stage. Uno stage di ordinaria follia.

Non so come, ho sorpassato il centesimo giorno lordo di vita fuori da casa. Ho sorpassato metà stage. Non ci sarà un’altra metà probabilmente. E’ emersa recentemente la grossa probabilità di avere un co.co.pro., che non è il verso di una gallina malata, è un contratto a progetto. Ne parleremo però in un post separato, perché adesso mi secco. Volevo solo comunicare questo perché la piccola storia di questo maldestro Borlotti non durerà all’infinito. Sicuramente continuerà, o forse no, ma non ancora per molto, salvo clamorose sorprese.

Perdonate però se non ribattezzerò il nome di questa storia come “Un contratto a progetto di ordinaria follia”, sia perché l’ho già chiamato come ormai tutti sappiamo o temiamo durante distratti notti insonni, sia perché mi fa schifo come titolo.

Voglio infine ricordare un’ultima cosa. Non abbiate paura, io potrei non esistere. Non prendete mai sul serio quello che pongo. Lo scrivo per non dimenticarlo il giorno dopo. Prendete sul serio sempre quelle cose là, le pubblicità del mulino bianco, le serenità dei reality, la tranquillità delle strade che percorrete ogni giorno, la familiarità delle facce che con insistenza vedete.

Potrei solo essere un incubo che spara buio sulla luce.

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